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Paralimpici

Atletica: destinazione Parigi 2024 con Arjola

today25/07/2023 137

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Si racconta Arjola Dedaj, atleta paralimpica che disputa i 100 metri e il salto lungo. L’atleta milanese è appena tornata dai mondiali di atletica a Parigi

È il 1952 quando ai Giochi di Stoke Mandeville, una cittadina vicino a Londra, vengono disputate le prime gare di atletica leggera paralimpica in carrozzina.

Tokyo 2020, l’evento più mediatizzato nel bel paese, è stata la gara regina della categoria riservata alle atlete amputate. Il podio è stato riempito da bandiere solo italiane. Sul gradino più basso troviamo Monica Contrafatto, l’atleta romana che ha perso la gamba mentre era in servizio in Afghanistan. La medaglia d’argento è stata vinta dalla portabandiera, scelta dal Presidente della Repubblica, Martina Caironi. Mentre l’oro è stato vinto dalla classe 2002 Ambra Sabatini, che è riuscita a domare le due compagne di squadra più esperte con una gara in testa dall’inizio alla fine.

Atletica
L’Italia ha vinto il primo, il secondo e il terzo posto nei 100 metri femminili T63 alle Paralimpiadi, immagine presa dal sito il Post

Ora passiamo al racconto dell’atleta meneghina Arjola Dedaj.

Ciao Arjola, vuoi presentarti ai nostri lettori?

«Ciao, sono Arjola Dedaj, e dal nome si capisce subito che le mie origini non sono italiane! Arrivo in Italia dall’Albania nel lontano ’98, direttamente a Milano».

Come sei arrivata all’atletica paralimpica?

«Da subito ipovedente, per poi perdere lentamente la vista fino alla cecità, oggi riesco a distinguere soltanto luce e buio.
Il mio deficit visivo non era ben visto in Albania e spesso questo mi ha portato a rimanere emarginata dalla società a causa della cultura un po’ arretrata che si viveva in quel periodo. Ho portato dietro con me anche questo piccolo bagaglio negativo che mi causava una sorta di peso ingombrante nella mia quotidianità.
Poi grazie all’Istituto dei ciechi di Milano sono entrata in contatto con altre persone con disabilità visive e da lì ho capito che la vita era bella e valeva la pena di essere scoperta.

Ho accettato la mia disabilità e ho imparato a non nascondermi dietro inutili apparenze.
Ho iniziato a usare il bastone, in un processo di consapevolezza della mia disabilità che ad oggi vivo con la massima serenità.
Grazie ad altre persone con cecità ho imparato che si poteva fare tutto: socializzare, lavorare, studiare e seguire le proprie passioni.

Ho esplorato vari sport e spinta da altre persone sono arrivata all’atletica, che ho abbracciato fin da subito con tanto entusiasmo.

Da lì, grazie al mio allenatore guida, che ha avuto la capacità di capire quali erano le mie potenzialità, ho iniziato a concentrarmi sulla disciplina dell’atletica leggera, nelle specialità dei 100 m, dei 200 m e del salto in lungo.
Iniziò così la mia carriera nel 2012.

Grazie all’atletica ho anche conosciuto la mia dolce metà, Emanuele Di Marino, anch’egli atleta paralimpico con una disabilità chiamata “piede torto”. Con lui ho creato un progetto: “La Coppia Dei Sogni“, che vi invito a seguire.
La cosa più importante per noi è che formiamo una famiglia, con il nostro piccolo Leonardo che ha quasi cinque anni».

Parlaci di questo progetto

«Il nostro progetto nasce con l’obiettivo di entrambi, uniti dalla passione per lo sport e dall’amore reciproco, di riuscire a partecipare alla nostra prima paralimpiade di Rio de Janeiro, per coronare il nostro sogno di vestire l’azzurro.

Attraverso il nostro progetto e le nostre testimonianze vogliamo diffondere la conoscenza e la cultura della disabilità e dello sport come veicolo di integrazione e di miglioramento della propria autostima.
Riuscire a conciliare la vita da genitore, lavoratore e sportivo non è facile».

Come riesci a conciliare la vita da mamma e quella da atleta?

«Riuscire a conciliare la vita da genitore e nello stesso tempo cercare di mantenere un alto profilo sportivo non è facile, perché oltre a tutto questo dobbiamo anche lavorare, quindi si aggiunge un terzo tassello fondamentale per il nostro proseguo. Sicuramente abbiamo avuto la fortuna di avere al nostro fianco l’azienda per cui lavoro, che ci sostiene e ci segue nei nostri sogni permettendoci così di crescere.

Incastriamo tutto un po’ come un puzzle. I ritmi, come ben sappiamo, a Milano sono molto frenetici e spesso faticosi da sostenere. Lavoro, allenamenti e famiglia. Di certo poi non resta più tempo per altro. Ci piacerebbe poter fare tanto altro, ma lo faremo sicuramente nel prossimo scenario della nostra vita!

Abbiamo deciso di inseguire un percorso, e quando intraprendi una strada per raggiungere degli obiettivi devi mettere in conto che qualcosa la devi sacrificare. Noi abbiamo deciso di farlo e questo sicuramente non ci pesa. Niente serate mondane, niente fine settimana fuori porta, ecc. se non quelli dedicati al nostro bimbo, per non fargli mancare nulla. A volte non ci resta nemmeno il tempo per sederci insieme a fine serata per guardarci un film! Il corpo e la mente hanno bisogno di rigenerarsi con il sonno, così da recuperare le energie per il giorno successivo».

Che legame hai con Milano?

«Con Milano ho un legame speciale, perché è stato il primo posto in cui sono approdata dall’Albania. Milano per me ha un fascino speciale, multiculturale. Sono legata anche ai servizi che offre, alla possibilità di potersi muovere al suo interno in totale autonomia, alle opportunità che mette a disposizione».

Immagine in evidenza presa dalla pagina personale di Arjola.

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Scritto da: Davyd Andriyesh


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